Tabellazione delle aree protette: inaspettato giro di boa della Suprema Corte di Cassazione.

Era indiscusso, sino a ieri, quel principio di diritto fissato dalla Suprema Corte di Cassazione secondo il quale “Il divieto di esercizio venatorio nelle aree naturali protette si presume conosciuto dal trasgressore se segnalato da regolare tabellazione e solleva l’accusa dall’onere della prova, viceversa in assenza di tabellazione il divieto si presume ignoto e l’accusa, ai fini dell’incriminazione, deve dimostrare che nonostante l’assenza di indicazioni il divieto era conosciuto al trasgressore medesimo (ex plurimis, Corte di Cass., Sez. 3, n. 39112 del 29/05/2013; Corte di Cassazione, Sez. 3, Sentenza n. 9576 del 25/01/2012; …..).

Tale principio, espressione di civiltà giuridica, è ora messo in discussione dalla stessa Corte la quale, con discutibile sent. n. 31380/2018, richiamando una isolata decisione analoga, ha affermato l’opposto principio secondo il quale il divieto di caccia in area protetta si presume conosciuto, nonostante l’assenza di tabellazione, qualora l’istituzione dell’area è stata pubblicata nel bollettino ufficiale, i suoi confini sono di facile rilevamento e l’autore del reato risiede nelle vicinanze dell’area stessa.

Una riflessione è ora d’obbligo: se è vero che secondo la Legge della Puglia, Regione dove si è verificato il fatto, vige il divieto di caccia “nei parchi naturali regionali, nelle riserve naturali ………, purché opportunamente tabellati”, a violare la Legge è stato quel cacciatore o la Stessa Corte?
Come porre rimedio a questo nuovo corso della giurisprudenza di legittimità? La risposta non può che essere una: occorre rimettere mano alla legislazione di settore statuendo, una volta per tutte, che la tabellazione è elemento costitutivo dell’area protetta. Detto in altri termini, se mancano i cartelli indicanti il divieto di caccia l’area protetta, giuridicamente, NON ESISTE.

Qui la sentenza completa.

Viagrande, il 25 luglio 2018
Studio Legale Di Giunta

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