Reato di corruzione e abuso di porto d’armi

C.V., appassionato cacciatore, veniva indagato dalla Procura di Caltanissetta per il reato di corruzione e per tale motivo sottoposto agli arresti domiciliari.

Nonostante la posizione di C.V. fosse solo di mero indagato, la Prefettura e la Questura di Caltanissetta disponevano il divieto di detenzione armi e il diniego del rinnovo della licenza.

C.V., ritenendo ingiusti i provvedimenti lesivi della sua sfera giuridica, dava incarico allo Studio Legale Di Giunta di ricorrere al T.A.R. Palermo e lì chiedere l’annullamento degli stessi provvedimenti per eccesso di potere sotto il profilo del difetto di motivazioni, dell’irragionevolezza, della illogicità e del travisamento di norme di legge.

Il Collegio dava ragione al ricorrente, sostenendo che le Pubbliche Amministrazioni non avessero fatto buon uso del potere discrezionale loro riconosciuto, non avendo tenuto in considerazione né il tipo di reato contestato (un reato contro la P.A. e non contro la persona e/o il patrimonio) né tantomeno la personalità dell’interessato.

Il Tribunale, pertanto, con sentenza n. 952/2018, riconosceva che una mera indagine per un reato non violento come quello di corruzione non rientrava né tra le ipotesi di revoca obbligatoria né tra le ipotesi di revoca facoltativa previste dal Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza. Per l’effetto annullava gli atti impugnati consentendo al ricorrente di esercitare l’attività venatoria nel corso della prossima stagione di caccia.

 

Viagrande, il 26 aprile 2018

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